UN 8 MARZO DI LOTTA
Basta con gli “8 marzo” istituzionalizzati e
fatti di mimose, convegni sulle “Pari opportunità” (non c’è istituzione che non
si prodighi a confezionare eventi sulle donne) e iniziative costruite per
nascondere la realtà di un sistema che continua ad essere discriminatorio nei
confronti delle donne.
Torniamo in piazza come le donne di Vicenza che nella lotta di resistenza alla ulteriore servitù militare, danno corpo all’opposizione alla guerra ed ai governi imperialisti che colpiscono popolazioni civili, in primo luogo donne e bambini.
Torniamo in piazza come le donne di Vicenza che nella lotta di resistenza alla ulteriore servitù militare, danno corpo all’opposizione alla guerra ed ai governi imperialisti che colpiscono popolazioni civili, in primo luogo donne e bambini.
Noi donne lavoratrici, studentesse, casalinghe nate nell’occidente “progredito” della falsa emancipazione dobbiamo unirci nella lotta con le donne immigrate, oppresse da leggi e costumi patriarcali, perché condividiamo il doppio sfruttamento nel sistema di produzione sociale e nel privato.Il precariato e la disoccupazione sono condizioni diffuse tra le giovani e tra le molte espulse dal mondo del lavoro. Il lavoro nero è la regola tra le donne immigrate, i nostri salari sono più bassi di quelli degli uomini a parità di mansioni e siamo costrette al lavoro domestico e di cura perché si privatizzano sanità e servizi. Il sistema capitalistico con l’aiuto dell’ideologia reazionaria della chiesa cattolica esalta la famiglia “naturale”, meglio se consacrata, e discrimina le scelte omosessuali, come dimostra la minimale legge sui Di.co. approvata dal governo che si vuole peggiorare o addirittura derubricare dall’agenda parlamentare.
Rivendichiamo il pieno impiego contro
flessibilità e precarizzazione, salari uguali per uguali mansioni, il controllo
delle lavoratrici sui tempi e sugli orari di lavoro, l’istruzione di massa e
pubblica senza discriminazioni di classe. Rivendichiamo servizi pubblici sotto
il controllo delle donne e degli operatori, come asili nido, lavanderie e mense
sociali di quartiere, centri per anziani e disabili, consultori e ambulatori per
sottrarci al doppio lavoro e liberare il tempo per le attività politiche,
sindacali, culturali. Vanno contrastate le politiche familistiche che, portate
avanti dai governi borghesi di vario segno, con incentivi finanziari di pochi
euro mirano a sottomettere le donne al ruolo di casalinga e madre, relegandole
alla funzione di riproduzione della forza lavoro.
La difesa della legge 194 sull’aborto e la
sua piena applicazione anche con l’uso della pillola RU486, l’abolizione della
legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita vanno rivendicate da tutte le
donne e in particolare dalle giovani e dalle donne immigrate, insieme al diritto
ad una procreazione e ad una sessualità libere e responsabili, il potenziamento
dei consultori pubblici; l’educazione sessuale diffusa nelle scuole; l’offerta
gratuita di anticoncezionali compresa la pillola del giorno dopo; un sistema
sanitario pubblico e non a carattere aziendalistico, sotto il controllo di
comitati di utenti, lavoratori e lavoratrici.
Non potremo avanzare in queste battaglie se non saranno inserite nel vivo delle lotte di tutta la classe dei lavoratori e degli oppressi. Così la nostra liberazione dalla doppia oppressione di genere e di classe, potrà avvenire soltanto con l’abbattimento del sistema capitalista da parte delle lavoratrici e dei lavoratori e con la costruzione di un altro sistema economico e sociale: il socialismo.