Partito di Alternativa Comunista

Tasse e pensioni: come Landini sostiene il governo Conte

 Tasse e pensioni:
come Landini sostiene il governo Conte
 
 
 
 
 
 
di Massimiliano Dancelli (metalmeccanico)
 
 
 
 
Lo scorso 20 gennaio il segretario generale della Cgil, Landini, rilasciava un’intervista a La Stampa in cui indicava la linea strategica del proprio sindacato in relazione a temi importanti quali la riduzione delle tasse, la legge Fornero, la lotta all’evasione fiscale, l’ambiente e l’occupazione. Ma analizziamo con ordine i temi trattati, e le parole del segretario perché rendono bene l’idea della strada che si ha intenzione di perseguire.

La riduzione delle tasse
«Dopo anni di lotte, otteniamo un primo taglio delle imposte […] Mi sento di dire che la lotta paga e, sopratutto paga quando è unitaria». Effettivamente ci saranno da luglio, tramite il taglio dell’Irpef (il declamato «cuneo fiscale») aumenti in busta paga: 240 euro l’anno per i redditi da 24.000 a 28.000 euro, da unirsi agli 860 del «bonus Renzi»; 1100 euro annui da 28.000 a 35.000 euro. Ovviamente, quando si concedono soldi in più, anche se pochi a nostro avviso, ai lavoratori, ne siamo felici, ma non è sempre tutto oro quello che luccica. 
Prima cosa, non ci sembra corretto parlare di diminuzione delle tasse ai lavoratori, quando le risorse recuperate per il taglio del cuneo fiscale arrivano ancora una volta da tagli a scuola, sanità e servizi essenziali, i cui costi aumentati e la qualità peggiorata, ricadranno ancora una volta sulle tasche e sulla pelle dei lavoratori e delle lavoratrici. Inoltre dalla riforma sono esclusi i redditi sotto gli 8.000 euro e i pensionati. In secondo luogo, non accettiamo che Landini, il segretario della Cgil, affermi che questi aumenti siano il frutto della mobilitazione messa in piedi dal suo sindacato, che avrebbe organizzato la lotta assieme a Cisl e Uil, lotta a cui fa spesso riferimento nell’intervista con richiami all’unità sindacale. Se la memoria non ci inganna, se escludiamo lo sciopero di giugno dello scorso anno e i più recenti “presidi” dei funzionari davanti ai palazzi romani di dicembre, non ci sembra che negli ultimi anni la Cgil abbia messo in piedi reali mobilitazioni. Tanto per fare un esempio, si è lasciata passare la legge Fornero, la più brutale legge sulle pensioni dal dopoguerra, con soltanto tre ore di sciopero. E la stessa cosa quando Renzi abolì l’art. 18 varando il Job Act. 
In realtà, questa concessione fatta ai lavoratori da un governo, che a differenza di Landini («Al governo Conte va riconosciuto di aver riaperto un confronto e una trattativa vera con le organizzazioni sindacali») non riteniamo diverso dai precedenti, appare più come lo zuccherino per indorare la pillola (disoccupazione, crisi aziendali e tagli a welfare pubblico e ai diritti) che i lavoratori fanno sempre più fatica a digerire. Una manovra anche dal sapore elettorale, nel tentativo di recuperare consenso da parte di Pd e M5s nei confronti della Lega.

Le pensioni
Torniamo alle parole di Landini: «Una vera riforma delle pensioni, perché è evidente a tutti che la legge Fornero ha creato disuguaglianze e non ha risolto i problemi […] ricostruire un sistema pensionistico pubblico […] separazione tra spesa previdenziale e assistenziale […] pensione di garanzia per i giovani […] riconoscere il lavoro di cura delle donne […] proposte praticabili e le risorse si possono trovare […] la piattaforma di Cgil-Cisl-Uil, che rivendica un’uscita flessibile a partire da 62 anni». 
È vero, la riforma Fornero va abolita, i temi trattati dal segretario sono importanti e le rivendicazioni condivisibili. Va sicuramente ricostruito un sistema pensionistico totalmente pubblico recuperando risorse che tutti sappiamo benissimo esserci. Ma bisogna avere il coraggio di dire dove stanno queste risorse, cioè nelle tasche dei padroni e degli speculatori finanziari, non possiamo pensare di recuperare solo dalla rimodulazione dell’Iva, aumentarla per i beni di lusso e ridurla per i beni di consumo, come propone Landini in un passo della sua intervista, o dalla lotta all’evasione fiscale, dato che sappiamo che chi ha i soldi ha anche il potere e dunque sa proteggere i propri beni. 
Intanto l’Iva sui beni di consumo andrebbe abolita, perché il lavoratore non deve pagare tre tasse quando fa un acquisto: paga le tasse sullo stipendio percepito per produrre un tal bene, paga le tasse quando lo acquista e paga le tasse quando il bene in questione diventa un rifiuto. La soluzione al problema di rimpinguare le asettiche casse dell’Inps, non è nemmeno la divisione tra spesa previdenziale e assistenziale, il problema sono tutti i soldi prelevati per far fronte alle crisi aziendali tramite gli ammortizzatori sociali, cassa integrazione su tutti, di cui il sindacato tra l’altro è uno dei principali sponsor. Le crisi aziendali, molte volte indotte dal padrone che chiude per delocalizzare verso mercati del lavoro più convenienti o per speculazioni edilizie, devono essere pagate da questi ultimi. La richiesta di uscita a 62 anni, seppur migliorativa rispetto alla Fornero che la pone a 67, va ancora nella direzione di voler far quadrare i conti di un istituto che non è stato certamente prosciugato dalle misere pensioni versate a chi ha già fatto una vita di sacrifici e ora non sa come arrivare alla fine del mese. 
I padroni devono restituire il maltolto e tutti i lavoratori e le lavoratrici devono poter andare in pensione dopo massimo 35 anni di lavoro, chi fa lavori usuranti anche prima, e con un assegno pensionistico che consenta loro di vivere dignitosamente.

Solo la lotta paga
Landini in questa intervista traccia una direzione chiara per la politica del suo sindacato. Da quando Salvini ha abbandonato il governo, la prima preoccupazione di Landini è stata quella di sostenere subito la costituzione di un nuovo governo, elogiando il premier Conte per essere stato l’unico a convocare il sindacato al tavolo di discussione col governo. La linea del segretario della Cgil è quella di fare da costola del governo ormai su ogni tema, dalle pensioni alle tasse: non passa settimana che non si convochi un tavolo a cui partecipano i sindacati confederali. Secondo noi il governo, quale organo politico degli interessi del padronato, deve essere una delle controparti a cui le organizzazioni dei lavoratori si rivolgono quando vogliono vedere accettate le loro richieste, ma questo deve avvenire sulla base di rapporti di forza favorevoli, costruiti con lotte vere, con scioperi prolungati e manifestazioni di massa nelle strade. Le uniche azioni di lotta portate avanti dalla Cgil in questi ultimi anni, sono qualche ricorso in tribunale e qualche raccolta firme per i referendum o per la presentazione di leggi di iniziativa popolare come la «Carta dei diritti» (che, come scrivemmo in un vecchio articolo sul tema, noi riteniamo anche essere peggiorativa rispetto allo Statuto dei lavoratori). Queste iniziative, tra l’altro non sono nemmeno riuscite ad andare in porto, proprio per non aver costruito i rapporti di forza tramite la chiamata alla lotta delle masse lavoratrici, che al contrario sono state ingannate nuovamente e stanno vedendo retrocedere la loro qualità di vita a causa dell’arretramento sul piano dei diritti. Landini ha invece il coraggio di dire che grazie a tutte queste iniziative si è riusciti a costringere il governo ad ascoltare la voce del sindacato, che sedendo al tavolo con i rappresentanti del padronato si riesce finalmente ad ottenere quello che si rivendica. 
Caro signor Landini, quello che per te è una grande vittoria, per noi ha solo un nome: collaborazione di classe. Il vero esempio da seguire resta quello del mese consecutivo di sciopero dei lavoratori dei trasporti francesi contro la riforma delle pensioni, e quello del popolo cileno in rivolta contro il governo Piñera. Solo con una lotta dura e condotta nel segno dell’indipendenza di classe, solo facendo saltare il tavolo del governo e non sedendoci accanto, potremo ottenere delle prime vittorie, premessa di una vittoria definitiva che si potrà ottenere solo quando le masse saranno in grado di rovesciare questo sistema per sostituirlo con una società non più basata sul profitto e sulla divisione in classi.

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