Partito di Alternativa Comunista

Il virus e il lavoro nelle fabbriche che non chiudono

Il virus e il lavoro nelle fabbriche che non chiudono

 

 

 

 

di Diego Bossi (operaio Pirelli)

 

 

 

Noi operai lo sappiamo da sempre: tutti quelli che parlano a vanvera del nostro lavoro, che decidono cosa sia sicuro e cosa no, e che definiscono regole e metodi delle nostre mansioni, sono quelli che il nostro lavoro non lo hanno mai fatto, ma soprattutto che non lo hanno mai compreso. Poteva essere diverso nei drammatici mesi del Coronavirus? Di fronte al dramma di decine di migliaia di vittime in tutto il mondo, poteva venir meno questa regola non scritta ma da sempre vissuta dai lavoratori? Assolutamente no. Anzi: a suggellare l’incompetenza, la disconnessione dalla realtà e il totale rifiuto di tutte le più elementari evidenze, non si sono risparmiati i timbri della repubblica borghese, le carte intestate dei palazzi che contano, le carte cointestate dei padroni, del loro governo e delle direzioni dei sindacati complici. A colpi di decreti annunciati a reti unificate, protocolli d’intesa, accordi e ordinanze, è stata sancita la condanna a morte di migliaia di donne e uomini.
La cannula dell’ossigeno, mancata a tanti proletari morti in solitudine e senza nemmeno un’ultima carezza dai loro cari, è stata intubata con urgenza nella trachea del profitto borghese: «Le fabbriche non possono fermarsi! Ci pensiamo noi alla vostra sicurezza! Prenderemo tutte le misure necessarie!». E mentre carovane interminabili di ACM(1) trasportavano le salme bergamasche verso la cremazione in altri lidi, un numero spropositato e incontrollabile di lavoratori, armati delle famigerate misure pensate per loro, si è riversato a produrre merci improvvisamente divenute «essenziali», sfidando l’infame particella grande qualche dozzina di nanometri. Bisogna spiegarlo bene, cos’è un nanometro. Prendete il metro da sarta nel cassetto della nonna, osservate bene lo spazio tra due tacche che definiscono un millimetro, ora dividete quello spazio per un milione; sì, avete capito bene: un milione. Ecco, quello è un nanometro. Non crederete mica che un esserino così piccolo abbia il coraggio di sfidare l’imponente protocollo d’intesa tra governo, Confindustria e le segreterie nazionali Cgil, Cisl e Uil?
Non è affatto facile mettere insieme i pezzi di questo disastro immane, i visitatori del nostro sito hanno già potuto attingere a diversi contributi scritti e video,(2), che hanno raccontato i giorni dell’emergenza epidemica sotto diversi aspetti. Proviamo ora a raccontare il punto di vista della classe operaia e del lavoro nelle fabbriche. Ma andiamo con ordine.

La borghesia nei giorni dell’emergenza Coronavirus
Solitamente quando parlo coi lavoratori cerco sempre di evitare espressioni come «padroni cattivi», sia chiaro: il termine «padrone» lo uso eccome, ma evito di associare al sostantivo aggettivi qualificativi, questo perché se parlo di padroni cattivi, implicitamente riconosco che esistano padroni buoni, o meno cattivi; e la risultante è il prevalere del soggettivo sull’oggettivo, portando l’interlocutore a idealizzare il ruolo del padrone sulla base della morale borghese, facendo così sfumare il suo ruolo e la sua collocazione materiale nei rapporti di produzione: il padrone non è buono o cattivo, o perlomeno lo è nel ristretto e irrilevante margine soggettivo concessogli dal suo ruolo. Il padrone è il padrone; non orienterà le sue scelte sulla base della sua bontà o della sua cattiveria, al contrario: le orienterà sulla base del suo ruolo materiale, perseguendo l’accumulazione del suo capitale e la sua sopravvivenza sul mercato, e attorno a quelle scelte costruirà la retorica destinata alla società, svilupperà la narrazione utile a dare una veste romantica alla spietatezza del profitto.
Solo comprendendo bene questo concetto potremo leggere con chiarezza come si collocano, nel quadro generale di questi giorni, le tante azioni parzialmente discordanti della borghesia. Discordanti perché avanzano verso soluzioni diverse, ma solo parzialmente, perché muovono da un’origine comune: la ricerca del profitto.
Marx scriveva che la borghesia non è un monolite,(3) distinguendo gli interessi particolari di alcuni settori da quelli strategici e generali della classe dominante, mentre i primi possono essere divergenti anche tra padrone e padrone, i secondi accomunano tutti i padroni.
Non rientra nell’economia di questo articolo sviluppare un’interessante riflessione sul rapporto dialettico che lega gli interessi particolari a quelli generali, e infatti non lo farò, ma è proprio su queste basi che abbiamo assistito, in questi ultimi due mesi, alle diverse reazioni del padronato, dove ognuno ha perseguito i suoi interessi particolari: chi aveva interesse a continuare produzioni che andavano a gonfie vele, come chi ha visto crescere in modo esponenziale la domanda, ha fatto carte false per non fermarsi; chi invece stava attraversando crisi preesistenti all’emergenza Coronavirus, ha immediatamente approfittato per fermare tutto e mettere le maestranze in cassa integrazione. Del resto il concetto è elementare: se sto guadagnando bene, mantengo o aumento il mio privato flusso di entrate continuando a tenere aperto e a produrre, altrimenti ne approfitto per ridurre le uscite, socializzando le spese dei salari coi soldi della collettività. Il danno è compiuto, l’atto finale è la beffa sapientemente diffusa dai canali dell’informazione borghese, la famosa narrazione di cui sopra, il racconto in grado di trasformare il crimine del capitalismo in atto eroico e altruista dei padroni: hanno chiuso e hanno lasciato a casa i lavoratori chiedendo i soldi allo Stato dopo aver fatto profitti miliardari? «Abbiamo fatto questo sacrificio per evitare la diffusione del virus»; hanno continuato a produrre per fare profitti causando il contagio degli operai? «Ringraziamo gli eroi in tuta blu e il loro grande senso di responsabilità nel salvare l’economia italiana dalla catastrofe»; stanno producendo materiale che a loro dire sarebbe essenziale facendo fare turni massacranti ai lavoratori? «Stiamo facendo il possibile e l’impossibile per assicurare le forniture necessarie a fronteggiare l’emergenza».
Il gioco è fatto, il grande girotondo si è concluso. Tutti giù per terra. Ma questa volta ventimila persone non si sono più rialzate.

Gli espedienti della strage
Fatta la legge, trovato l’inganno, potremmo dire. Ma qui l’inganno è già contenuto nella legge, così gli ingannatori, nel Paese di Totò che vende la fontana di Trevi, hanno avuto vita assai facile. Hanno venduto l’essenzialità delle merci, la necessità improrogabile delle produzioni, l’urgenza delle forniture, tutto all’interno di un quadro normativo plasmato sulle esigenze di Confindustria.
Nel flusso enorme di informazioni, articoli, analisi e opinioni che ha caratterizzato questi ultimi mesi, dove sono circolate persino centinaia di bufale, si è diluito il significato delle parole «essenziale», «necessario» e «urgente», che sono tre concetti fondamentali per il contenimento epidemico, tre filtri tra loro complementari per regolare il mondo del lavoro, efficaci solo se applicati tutti e con determinazione.
L’essenzialità del prodotto distingue la merce superflua da quella che non può mancare durante l’emergenza: il vaso per il bonsai dalla mascherina ffp3, per intenderci; va poi applicato il criterio sulla destinazione del prodotto essenziale, dove distingueremo la struttura sanitaria che necessita delle mascherine per il personale, dall’officina che le richiede per gli operai del reparto verniciatura; infine va verificato il criterio di urgenza, applicato a una reale stima delle merci a scorta, al fine di produrre solo le quantità indispensabili a garantire determinati servizi e approvvigionamenti di prima necessità.
In sintesi, produrre solo ciò che è essenziale da spedire alle sole destinazioni necessarie nella quantità sufficiente a garantirne il funzionamento.
Non è andata così. Partendo dalla farsa governativa del «fermi tutti tranne tutti», dove un lunghissimo elenco di autorizzati alla produzione ha mortificato il concetto stesso di eccezione, il padronato nostrano ha usato in modo strumentale e truffaldino le carte della necessità e dell’urgenza. Il padrone medio ha spacciato alla società la sua produzione come «essenziale». Essenziale, sì, ma per sé stesso. Così i borghesi hanno sfruttato la crescita della domanda di mercato, scaturita dal panico e dalla disperazione, per produrre a ritmi forsennati senza sosta; hanno convertito e sfruttato parte della loro produzione per avere l’alibi di tenere aperte le fabbriche e produrre a pieno regime anche le merci non essenziali; hanno omesso i dati di interi magazzini di stoccaggio scorte per reclamare l’urgenza della produzione. Centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori si sono recati al lavoro, hanno usato i mezzi pubblici, hanno trascorso ore nelle fabbriche e sono ritornati contagiati e contagiosi nelle case coi loro familiari, che con sacrificio non erano usciti per rispettare le misure di contenimento.
Eppure una corretta applicazione dei suindicati criteri avrebbe fatto una differenza enorme: togliete dal numero complessivo delle fabbriche aperte tutte quelle che non producono merci essenziali; togliete ora dalle fabbriche che producono merci essenziali, tutte le linee produttive che non producono merci essenziali; ora sottraete dalle linee produttive rimaste tutte quelle produzioni che pur essendo di merce essenziale, sono destinate a utenze estranee alla filiera dell’emergenza; infine da questo esiguo numero rimasto, eliminate ulteriormente tutte le produzioni di cui si dispongono scorte sufficienti a garantire l’approvvigionamento per periodi medio lunghi. Le migliaia sarebbero diventate centinaia, poi decine, poi unità. Numeri assolutamente gestibili dal punto di vista della sicurezza sul lavoro, poche persone con DPI realmente efficaci, turni ridotti, riduzione degli assembramenti. La sicurezza della collettività sarebbe stata garantita, i pochi lavoratori all’opera maggiormente protetti.
Ma il capitalismo questo non può permetterselo, il capitalismo è ostaggio del profitto, non può fermarsi. E mentre il profitto aumentava, parallelamente aumentavano i cadaveri tributati ad esso.

Gli scudi di cartone
Ma veniamo ora alla presunta sicurezza che dovrebbe garantire gli operai al lavoro, alle norme messe a punto da chi una fabbrica non l’ha mai vista o da chi l’operaio non l’ha mai fatto. Sono diverse le categorie in oggetto: c’è il padrone, che nella migliore delle ipotesi la fabbrica la conosce dal ponte di comando; ci sono i ministri e i governanti, quelli che fanno il tour guidato delle fabbriche seguendo il percorso pedonale tracciato a terra e prestano i loro sorrisi agli obiettivi della stampa borghese, che li ritrae in pose amicali col padrone di turno; ci sono i big del sindacato, quelli che vantano esordi in fabbriche e officine, ma l’unica cosa che fin dal principio hanno veramente capito degli operai, è come non fare più gli operai, dall’abuso smodato dei permessi sindacali, al distacco per incarichi regionali e infine al vertice nazionale: anni e anni di pelle operaia (s)venduta al capitale per un seggiolino pieghevole tra le poltrone dei padroni al tavolo della borghesia.
Ma vediamole bene nello specifico le principali pseudo-misure di sicurezza previste nel protocollo d’intesa siglato da governo, Confindustria e le direzioni di Cgil, Cisl e Uil, questi scudi di cartone per proteggersi dalla spietata alabarda del virus.
- La temperatura corporea in ingresso. Il padrone «potrà», ma anche no, misurare la temperatura ai lavoratori in ingresso, e qualora risultassero lavoratori con temperature superiori a 37.5°, questi non potrebbero accedere in fabbrica. Eppure due semplicissime informazioni sono state abbondantemente ripetute e spiegate dai sanitari: 1) gli asintomatici (pare siano 10 volte i sintomatici) sono contagiosi, e non è detto che il virus contratto da un asintomatico si manifesti in maniera asintomatica, poiché dipende sempre da soggetto a soggetto; 2) anche dopo la scomparsa dei sintomi, per molti giorni si può ancora essere contagiosi, dipende dalla capacità soggettiva di espulsione della carica virale. Quindi la misurazione in entrata, sperando che il lavoratore non abbia preso mezzi pubblici, ha la stessa capacità di prevenzione di un terno al lotto.
- Il distanziamento. Qui entriamo nell’assurdo, la fabbrica non è quella che fanno vedere per pochi secondi nei servizi del telegiornale, la fabbrica è fatta di luoghi impensabili, di anfratti, cunicoli e locali angusti, si pensa che gli operai lavorino situati in una determinata postazione distante da altre postazioni, ma non è affatto così: gli operai fanno spesso lavori indescrivibili in situazioni e posizioni precarie e a distanze ravvicinate tra loro.
- Gli spogliatoi. Gli spogliatoi sono locali chiusi con decine di file di armadietti adiacenti, il più delle volte vi sono poche docce, dove si formano code per lavarsi via grasso, oli, solventi e ogni altro schifo possibile e immaginabile. Lo scaglionamento si traduce in impossibilità di utilizzo, poiché si formerebbero ore di coda, inoltre non potrebbe essere gestito solo con criteri quantitativi, perché è necessario evitare che operai vicini di armadietto entrino contemporaneamente: non solo bisogna decidere quanti lavoratori possono entrare alla volta, ma anche chi deve entrare in un medesimo gruppo. L’unico modo per rendere sicuri gli spogliatoi è quello di chiuderli, ma così significa obbligare i lavoratori a tornare a casa, andando anche su mezzi pubblici, con la tuta da lavoro (con tutto ciò che ne consegue in termini igienici).
- La mensa. Per quanto riguarda la mensa il discorso si complica ulteriormente, c’è poco da girarci intorno: i turni di mensa sono sempre gli stessi, il personale pure; o si riduce il tempo delle già esigue pause, comprensive del tragitto di andata e ritorno dalla propria postazione alla mensa, o si amplia l’arco temporale complessivo, costringendo gli operai a consumare il loro pasto in orari non adeguati. Per non parlare dei lavoratori del servizio mensa, anch’essi, come tutti, possibili vettori di contagio. E il cibo? Chi garantisce che il cibo servito non sia venuto a contatto col virus dalla padella al piatto?
- Le aree pausa e i bagni. Tutte le aule dedicate alle pause e i bagni sono potenziali focolai. Capita spesso che siano colme di persone e anche in questo caso uno scaglionamento controllato è impraticabile, l’ingresso è uno solo, bisognerebbe fermare i lavoratori qualche metro prima, ma poi rischierebbero di farsi la pausa in coda. Specialmente all’interno delle fabbriche, dove i padroni spesso e volentieri nascondono le loro irregolarità (tanto chi viene a saperlo?) chi controlla che sia disciplinato correttamente l’accesso alle aree pausa e ai servizi, le RSU delle organizzazioni sindacali che questo disastro lo hanno sottoscritto nero su bianco?
I delegati più avanzati che lotteranno per le condizioni di sicurezza dei lavoratori, dovranno lottare non solo contro il padrone, ma contro le loro stesse burocrazie sindacali.
Potremmo andare avanti così per ore, parlandovi di quarantene non applicate, di mascherine artigianali, e di altre misure approssimative e scriteriate che le numerose testimonianze raccolte nei nostri interventi sindacali ci hanno riportato. La verità è che né le fabbriche né la mobilità sui trasporti pubblici sono state pensate per essere a prova di pandemia. Tutto il resto è fuffa, siamo alle care e vecchie norme vuote per tutelare le imprese senza diminuire i rischi dei lavoratori, il solito e arcinoto stratagemma per trasformare le responsabilità oggettive (e soggettive) dei padroni in responsabilità soggettive dei lavoratori.

Quale soluzione?
A volte il miglior modo di indicare una strada è indicare le strade da non prendere.
Chi dovrebbe tutelare gli interessi dei lavoratori? I padroni che li sfruttano fino all’osso per fare profitti? I governi che mentre bloccavano gli spostamenti e gli assembramenti hanno mandato al lavoro milioni di lavoratori? E poi ci sono loro, i dirigenti delle grandi burocrazie sindacali, coloro che dovrebbero rappresentare i lavoratori, i manager della lotta di classe, quelli che girano con la spilletta rossa sul gessato, i professionisti del cerchiobottismo, con un piede nella piazza e uno nel palazzo, quelli che cantano «Bella Ciao» sul palco e poi vanno via scortati con l’auto blu, quelli che con la stessa mano che ha stretto le mani di industriali, banchieri e ministri, salutano col pugno chiuso gli operai, quelli che in trent’anni, con costanza, accordo dopo accordo, hanno impoverito i lavoratori, mortificato il diritto di sciopero, egemonizzato la rappresentanza sindacale, fino ad arrivare a questo ultimo vergognoso e criminale capitolo: mandare milioni di operai a rischiare la loro vita e quella dei loro familiari, sulla base di regole buone solo a dare ai padroni un espediente per non arrestare i loro profitti. Sarebbero questi burocrati a tutelare i nostri interessi di classe?
Purtroppo pure il versante del sindacalismo conflittuale continua a perdere l’occasione di costruire un’alternativa credibile a Cgil, Cisl e Uil: una galassia di micro burocrazie discostate dalla classe, che per via di dinamiche settarie ed autoreferenziali è incapace di fare fronte unico contro i padroni, i loro governi e i sindacati concertativi.
Sono molti gli operai e i lavoratori che ci dicono di non voler avere niente a che fare con la politica perché la politica li ha delusi. A tutti loro dico: la politica continuerà a deludervi proprio perché voi non fate politica. La soluzione non sta nel ripudiare i partiti e i sindacati, ma nell’evitare che questi preziosi e insostituibili strumenti si burocratizzino finendo nei tentacoli del capitale.
Oggi è più che mai necessario riappropriarci dei nostri sindacati, pretendere strumenti reali di democrazia dei lavoratori: dobbiamo decidere cosa fare e farlo, non chi deve fare al posto nostro!
È indispensabile costruire un partito rivoluzionario internazionale di quadri radicati nelle lotte con influenza sulle masse, per guidare il proletariato alla vittoria con la classe operaia alla testa.
Questa è la soluzione che indichiamo. E questo è il nostro invito a tutte le proletarie e i proletari nel mondo.



Note
(1) L’acronimo significa Auto Carro Medio ed è un veicolo in dotazione all’Esercito.
(2) Qui puoi trovare le nostre pubblicazioni sul tema Coronavirus:
https://www.partitodialternativacomunista.org/component/search/?searchword=coronavirus&searchphrase=all&Itemid=101

(3) Marx, III libro del Capitale.

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