Partito di Alternativa Comunista

Il programma economico e sociale della borghesia: se lacrime e sangue non sono abbastanza di Alberto Madoglio

Il programma economico e sociale della borghesia:

se lacrime e sangue non sono abbastanza

 

 

di Alberto Madoglio

 

 

«Per invertire questo trend (aumento spesa previdenziale, nda) il governo dovrebbe innanzitutto evitare qualsiasi prepensionamento anticipato… ma soprattutto aumentare l’età pensionabile attualmente inferiore ai 64 anni e portarla almeno (almeno!) a 67. E contestualmente abbassare le pensioni future, riducendole a un valore più o meno pari al 50% dell’ultimo salario».
Questo programma che, senza esagerare, possiamo chiamare di vero e proprio massacro sociale, l’ennesimo per altro, non è stato il parto della mente di qualche economista ultra liberale, ma è apparso giovedì 27 luglio sulle pagine di Repubblica, a firma Walter Galbiati.
Lo spunto per la stesura dell’articolo è stato fornito da un report del Fondo Monetario Internazionale, dove si dice che il perdurare di un alto livello del debito pubblico nazionale (circa il 140% del Pil) mette l’andamento dell’economia italiana a forte rischio, segnalando come la crescita del Pil superiore alle attese (superiore anche a quello di concorrenti internazionali come Francia e Germania) sia dovuta a una «fortunata congiuntura», sempre per usare le parole dell’autore dell’articolo.

 

Le pensioni causa di tutti i mali?

E quindi quale è la ricetta che si propone, ormai da tempo immemore, quando si deve parlare di riduzione del debito pubblico? Taglio della spesa sociale e di quella pensionistica in particolare.
L’argomento principale è quasi sempre lo stesso: in Italia la spesa per le pensioni è superiore alla media europea (16% rispetto al 13% medio europeo): questa differenza sarebbe la causa di tutti i disastri, di tutte le debolezze del bilancio pubblico nostrano e dell’impossibilità per il capitalismo tricolore di uscire dalla fase di stagnazione, così come dal più o meno lento declino che dura da oltre trent'anni.
Ora, come abbiamo già scritto in passato, la maggior spesa previdenziale nel Paese è dovuta al fatto che nel bilancio dell’Inps sono comprese le prestazioni assistenziali, che dovrebbero essere a carico della cosiddetta fiscalità generale (in proposito si possono leggere i report annuali pubblicati dal centro studi Itinerari Previdenziali). Se questa separazione contabile venisse fatta, la percentuale di spesa si avvicinerebbe alla media europea.
Se però decidessimo di considerare valide le percentuali ufficiali di spesa previdenziale, sorgerebbe spontanea una domanda: come è possibile che una differenza di tre punti percentuali per le pensioni sia responsabile di una differenza di oltre 40 punti tra il debito pubblico italiano e quello dei Paesi della zona euro, che si avvicina ai 60 se si prende in esame l’intera Unione Europea? (1)
Il rapporto debito pubblico Pil negli anni si è deteriorato per diversi fattori: bassa crescita economica (non certo dovuta a un eccesso di spesa sociale, che è in calo da tempo), volatilità dei mercati finanziari mondiali, crescita delle agevolazioni alle imprese e delle spese militari (quest'ultime per essere coperte hanno richiesto emissione di nuovo debito pubblico, nonostante la propaganda dicesse che queste operazioni si sarebbero auto finanziate), il fatto che da più di un decennio le banche si sono finanziate chiedendo prestiti alla Bce a tassi pari o sotto allo zero, per poi sottoscrivere debito pubblico che dava remunerazione maggiore, e così via.
Come non tenere conto poi che, almeno fino allo scoppio della pandemia, l’Italia è stata la nazione che per più lungo tempo ha goduto, per così dire, degli effetti positivi di un avanzo di bilancio primario, cioè di un attivo fra entrate e uscite prima del pagamento degli interessi del debito pubblico, che tradotto significa che i proletari in Italia hanno subito il più lungo periodo di austerità della storia recente, senza paragoni nel Vecchio Continente?
Inoltre, il sistema pensionistico pubblico è parte del salario, in questo caso indiretto, che i lavoratori ricevono per vendere la loro forza lavoro ai capitalisti e rappresenta anche il lascito, ormai sempre più ridotto, di decenni di lotte e mobilitazioni operaie che hanno permesso alle classi sfruttate di migliorare seppur di poco la loro condizione di vita. L’attacco contro le pensioni fa parte dell’ormai trentennale attacco al salario dei lavoratori.

 

Borghesia progressista?

L’articolo di Repubblica deve indurci a fare alcune considerazioni. Nell'immaginario collettivo il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, come tutti gli altri del gruppo editoriale Gedi di proprietà della famiglia Agnelli-Elkann, rappresenterebbe le idee di una fantomatica borghesia progressista, in qualche modo sensibile alla difesa dei diritti economici e sociali delle classi subalterne.
La realtà è diversa. Nei momenti in cui è necessario prendere decisioni che siano in grado di tutelare gli interessi del capitale, le presunte differenze tra borghesia progressista e conservatrice immediatamente svaniscono e gli intellettuali al servizio della prima si mettono immediatamente sull'attenti, elmetto in testa, e avanzano soluzioni più draconiane di quelle che al momento lo schieramento di destra pare sostenere. Non perché il governo Meloni sia rappresentante di una altrettanto fantomatica destra sociale, ma perché mira a evitare, almeno finché è possibile, di prendere decisioni che possano scatenare sommosse sociali simili a quelle che hanno scosso la Francia negli scorsi mesi (anche se la cancellazione del reddito di cittadinanza è un segnale che anche per il governo Meloni il tempo della propaganda elettorale è finito).
Ci sono però ragioni più profonde che spingono i portavoce dell’imperialismo italiano a reclamare interventi in campo sociale che sono delle vere e proprie provocazioni. Da oltre trent'anni l’economia italiana non riesce a investire in tecnologie, nuovi e massicci acquisti di macchinari che le permettano di competere con concorrenti del calibro di Francia e Germania, solo per citare alcuni esempi.
Riesce solo a farlo, parzialmente, riducendo la parte destinata all'acquisto di quello che Marx chiama il «capitale variabile», cioè la parte destinata ai salari, sia diretti che indiretti come le pensioni.
La conferma la possiamo trovare nel fatto che da oltre tre decenni i salari in Italia sono calati in termini reali, unico caso tra i Paesi Ocse. È questa la strada che la borghesia ha seguito e intende seguire nel prossimo futuro, consapevole di non poter invertire il trend e aumentare gli investimenti in capitale fisso (macchinari).
Quanto poi questa scelta sia comunque destinata a fallire nel medio termine, peggiorando ulteriormente la capacità competitiva del capitale tricolore, è un tema che esula dall'economia di questo articolo. Quello che qui ci preme sottolineare è che nei prossimi mesi gli attacchi che il capitale si appresta a sferrare ai lavoratori sarà simile a quello sferrato nel 2011 con il governo Monti-Fornero.
Ogni illusione riformista, ogni ipotesi di trovare un punto di intesa comune tra padroni e proletari è oggi più che mai irrealistica, anzi cullare le masse nella possibilità che questo sogno si avveri è un vero e proprio crimine contro la nostra classe.
Oggi il capitale non è in grado di concedere nemmeno le briciole dei suoi enormi profitti, al contrario deve riprendersi tutto ciò che nei decenni scorsi ha dovuto concedere a causa di imponenti lotte operaie. Ma ciò non gli basta più, deve erodere anche i già miseri livelli salariali.
Il nostro compito deve essere quello di organizzare la resistenza operaia a queste nuove aggressioni e far sì che diventi consapevolezza comune tra settori sempre più ampi di lavoratori che la sola alternativa realistica è una lotta rivoluzionaria per espropriare la borghesia, cacciare i suoi governi, di qualunque colore siano, e organizzare una nuova società non più fondata sullo sfruttamento e sull'oppressione

 

Note

1) Ufficio Parlamentare di Bilancio, Focus n. 5/2022 «Una panoramica delle strategie di bilancio nei Programmi di stabilità e di convergenza 2022 dei paesi della Ue».

 

 

 

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