Partito di Alternativa Comunista

Cresce la diseguaglianza: il capitalismo non dà futuro

Cresce la diseguaglianza:

il capitalismo non dà futuro

 

 

 

 

 

di Alberto Madoglio

 

 

 

«La diseguaglianza non è come dice Oxfam». Questo il titolo di un articolo a firma Luciano Capone e Carlo Stagnaro apparso su Il Foglio il 21 gennaio 2020. La tesi di fondo dell’articolo è che la famosa Ong faccia solo della propaganda spicciola, sia poco affidabile e l’utilizzo dei dati sia fatto in modo scandalistico (viene financo definita una sorta di Codacons globale). Per gli autori «non significa che la povertà e le diseguaglianze non siano questioni drammatiche […] ma grazie alla globalizzazione e al capitalismo le cose sono migliorate». C’è di che rimanere a bocca aperta.

Cristallizzare la miseria
Gli stessi dati statistici usati nell’articolo e nello studio Oxfam (e non sono in questo caso contestabili) dovrebbero spingere quanto meno a una maggiore prudenza. Che circa 2000 miliardari posseggano la ricchezza di metà degli abitanti del globo, pare per i due cantori della globalizzazione capitalista un dettaglio tutto sommato trascurabile dato che questa somma è calata del 6% rispetto allo scorso anno. Così come viene riportato senza la giusta enfasi il dato sulle disparità all’interno dei singoli Stati (indice Gini). Si enfatizza come per l’Italia questo sia inferiore rispetto ad altre nazioni europee (66,9 contro 81,6 della Germania, 74,6 del Regno Unito, solo per citare due casi); dovrebbe invece scandalizzare il dato per cui, posto 0 come livello di parità massima e 1 quello di disparità massima, in molti Stati la disparità sia comunque alta (tra molto e moltissimo per semplificare). O che le donne, in particolare lavoratrici, svolgano globalmente 12,5 miliardi di ore di lavoro non retribuito (prevalentemente nei servizi di cura). Che questo sia un indice sulla natura «progressiva» del capitalismo appare quanto meno azzardato.(1)
Gli autori che si piccano di essere più attenti all’uso dei dati rispetto a Oxfam, cadono tuttavia in contraddizione nel loro breve scritto. Per corroborare la loro tesi indicano due limiti nello studio della Ong: non aver tenuto conto del differente potere d’acquisto nei vari Paesi e che lo studio si basa su un altro effettuato dalla banca elvetica Credit Suisse (che calcola la ricchezza al netto «così che un rampollo della middle class americana che ha fatto un mutuo per studiare ad Harvard appare più povero di un contadino del Laos che pur non avendo nulla non ha nemmeno debiti»).
Sulla prima questione, una tesi di dottorato del 2010 (2) spiega quanto sia fuorviante considerare la parità di potere di acquisto (Ppa), come sia difficile creare un paniere di beni essenziali quando i Paesi da confrontare sono profondamente diversi: nella tesi si citano Norvegia e Ruanda («seemingly impossible task when the countries to be compared are as dissimilar as Norway and Rwanda»).(3)
E quanto, ci permettiamo di sottolineare, sia razzista ed euro-centrico (meglio imperialista-centrico) un metodo che punta a cristallizzare le differenze anziché superarle: un proletario di Kigali, che vive senza servizi igienici e sanitari decenti e che non ha le possibilità di svago e accrescimento culturale rispetto a un proletario di Oslo, può essere parificato a quest’ultimo poiché vive nella media del proprio Stato. Quindi di cosa si può lamentare? Ovviamente noi non vogliamo magnificare il tipo di società che si è creata nei Paesi imperialisti, allo stesso tempo non crediamo affatto che le condizioni di miseria, sfruttamento, assenza di conquiste sociali, possano essere prese come punto di riferimento in un raffronto perché, secondo alcuni, così è da sempre e così dovrà sempre essere.
Sul secondo punto si sottovaluta che proprio i debiti che molti appartenenti alle classi medie (in famiglie di operai e impiegati) negli Usa devono sostenere per garantire un’istruzione superiore ai figli siano una delle cause del loro progressivo impoverimento, precarietà e incertezza per il futuro. E che, come indicato da molti, questo crescente indebitamento possa essere la miccia di una futura crisi, simile a quella che nel 2007, legata ai mutui subprime, fece scoppiare la Lunga Depressione. Quindi usando, come fanno gli autori dell’articolo, il parametro della Ppa, si potrebbe dire che uno studente di New York non è meno povero di un operaio di Dacca o di qualche altra metropoli dei Paesi dipendenti dall’imperialismo.

La realtà dimostra come il capitalismo non riduca le differenze sociali
Crediamo tuttavia ci siano altri dati che possono, in maniera inequivocabile, provare come la globalizzazione capitalistica abbia fallito nella promessa di migliorare in maniera considerevole le condizioni di vita di centinaia di milioni di proletari, contadini, ecc. a livello mondiale. Tratteremo qui di tre punti che pur non essendo esaustivi, riteniamo possano dare un quadro chiaro dei disastri causati da un modo di produzione basato sul profitto: accesso alle cure mediche, spese per il nutrimento, accesso sicuro a fonti idriche. Con una premessa: cercheremo di provare come la globalizzazione colpisca in particolar modo i Paesi dipendenti dal capitalismo, pur riconoscendo che all’interno di questi ultimi le condizioni di larghe masse di lavoratori stanno via via peggiorando. Tema che, per ragioni di economia del nostro scritto, non approfondiamo.
Sanità - Uno studio dell’Organizzazione mondiale della sanità ci informa che a livello globale dal 2000 al 2015 la popolazione che è stata colpita da quelli che vengono chiamati eventi catastrofici causati da spese sanitarie impreviste (catastrophic health expenditure) sono passati da 9,4% al 12,7%, in numeri assoluti da 570 milioni di persone a oltre 900 milioni. Questo per spese superiori al 10% del reddito. Per spese superiori al 25% si è passati dall’1,7% al 2,09%, da circa 105 milioni a oltre 200. Inutile sottolineare che questo aumento ha colpito maggiormente le aree dei Paesi cosiddetti in via di sviluppo, con percentuali del 17,2 per il sud dell’Asia, e del 15,1 per l’America Latina e i Caraibi.(4) Si può immaginare che chi è stato vittima di questi eventi veda il proprio livello di vita crollare drasticamente e allo stesso tempo abbia ipotecato il proprio futuro e quello della propria famiglia per generazioni a venire.
Nutrimento - Nonostante il prezzo del cibo sia in continua costante discesa a livello mondiale, in molti Paesi dipendenti la percentuale di reddito spesa per il cibo supera il 50% (ad esempio Tanzania e Bangladesh). Nei due Paesi che vengono presi a modello per magnificare le sorti progressive della globalizzazione capitalistica, Cina e India, oltre il 40% del reddito se ne va in spese per il cibo. Per queste due nazioni significa che circa 3 miliardi di persone sono in una quotidiana lotta per trovare il cibo meno caro, e che poco rimane loro da consumare per altre attività che meglio definiscono la natura umana (cultura, svaghi, tempo libero ecc.). Per contro negli Usa la spesa è del 15% che scende al 5% per il cibo consumato in casa. La differenza è legata al fatto che nella maggiore potenza imperialista mondiale è spesa sì in cibo, ma inteso come piacere, voglia di socializzare più che necessità di sopravvivenza. Nel 2017 erano 821 milioni le persone che nel mondo risultavano sotto nutrite, rispetto agli 804 dell’anno precedente. Un altro miracolo della globalizzazione!(5)
Acqua - Per ciò che riguarda l’accesso sicuro a un bene primario, fondamentale, i dati sono veramente inquietanti. Nell’Africa sub-sahariana solo il 27% della popolazione ha accesso all’acqua potabile in condizioni di sicurezza contro il 95% di Usa e Europa. Il 18% usa servizi igienico-sanitari sicuri, e solo il 25% è in grado di lavarsi le mani in modo appropriato. Infine 673 milioni di persone (circa il 10% della popolazione mondiale) continua a espellere le proprie feci a cielo aperto.(6) I dati sono ricavati da fonti, per così dire, al sopra di ogni sospetto; certo sono in miglioramento ma appare illusorio pensare che si possano raggiungere standard occidentali nel breve-medio periodo. Nel lungo, come si usa dire, saremo tutti morti. Salvo che la rivoluzione socialista non trionfi a livello mondiale. 

Il problema non è la distribuzione della ricchezza ma lo sfruttamento capitalista
Da tutti questi numeri che conclusioni possiamo trarre? Che sarà pur vero che la percentuale della ricchezza in mano al 90% più povero dell’umanità è passata dal 10 al 18,3 dal 2000 a oggi (dato che rimane comunque assolutamente scandaloso e che di per sé dovrebbe condannare senza attenuanti questo sistema). Ma che se l’aumento del tuo reddito, della tua ricchezza (aumento dovuto al fatto che per le necessità del capitale milioni di contadini, artigiani, piccoli commercianti vengono proletarizzati), viene poi annullato dalla privatizzazione dei servizi essenziali come sanità, acqua ecc. (sempre per ubbidire ai diktat della globalizzazione imperialista), in ultima istanza le condizioni di vita del 90% della popolazione sono ben lungi dall’essere realmente migliorate.
E senza considerare che da oltre 10 anni non assistiamo a una vera e propria recessione (caduta del Pil) economica globale. Quando ciò inevitabilmente accadrà, allora anche piccoli miglioramenti nella condizione reddituale di larghe masse di lavoratori verranno spazzati via in men che non si dica.
In realtà la questione non è riuscire a distribuire meglio la ricchezza. La vera posta in gioco è porre fine a un sistema basato sul profitto, sullo sfruttamento, che per queste ragioni tra le tante provoca queste mostruose disparità nei redditi. È il capitalismo la causa della miseria, le disparità solo una delle tante conseguenze.
Ora più che mai un altro mondo non solo è possibile ma assolutamente necessario.

NOTE
1) Davos 2020: la terra delle diseguaglianze, oxfamitalia.org
2) J. Smith, Imperialism & the Globalisation on Production, PhD thesis, University of Sheffield, July 2010.
3) Ibid. p. 189.
4) World Health Organisation, Global Monitoring Report on financial Protection in Health 2019.
5) ”Household food spending divides the world”, in Financial Times, 8 gennaio 2019.
6) Unicef, Progress on household drinking water, sanitation and hygiene 2000-2017. Special focus on inequalities.

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