Partito di Alternativa Comunista

Come si costruisce uno “sciopero generale”?

Come si costruisce


uno “sciopero generale”?


La necessità di un'azione di lotta incisiva e di massa

 

 


di Daniele Cofani e Fabiana Stefanoni

 

 

 

È sempre più evidente che la crisi del capitalismo (aggravata dalla pandemia) ha comportato un inasprimento degli attacchi alla classe lavoratrice. Non sono necessarie le grette esternazioni di Bonomi, il presidente di Confindustria, per ricordarcelo: è una cosa che, da lavoratori, viviamo quotidianamente sulla nostra pelle: riduzioni salariali (magari nella forma della cassa integrazione), codici disciplinari sempre più rigidi, ricatti quotidiani (che spesso si traducono anche in violenza di genere o xenofoba), insicurezza, licenziamenti, ecc. Tutto ciò è andato di pari passo con tagli draconiani ai servizi pubblici (sanità, scuola, trasporti, ecc) e privatizzazioni. In questo quadro, quello che ancora manca è una risposta di lotta incisiva della nostra classe, che possa costituire un'efficace difesa dagli attacchi padronali e, in prospettiva, rilanciare un'offensiva delle masse. In particolare, da molti anni in Italia non si organizza un'azione di sciopero generale in grado di mobilitare settori consistenti della classe lavoratrice in un'azione politica contro i capitalisti e i loro governi.

La latitanza delle grandi burocrazie
È dal novembre 2013 che le direzioni nazionali di Cgil, Cisl e Uil non proclamano uno “sciopero generale”, intendendo per sciopero generale l'astensione dal lavoro contemporanea di tutti i settori lavorativi del pubblico e del privato. L'ultimo risale ai tempi del Jobs Act di Renzi: l'appello allo sciopero era stato a dir poco blando (solo 4 ore di sciopero nel privato, senza manifestazione nazionale ma solo iniziative locali) e aveva come obiettivo quello di protestare contro quella legge che smantellava alcune storiche conquiste della classe operaia italiana (tra cui l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori).
Da allora, le grandi burocrazie sindacali non solo non hanno più proclamato scioperi generali, ma hanno anche progressivamente ridotto gli scioperi di categoria e persino quelli aziendali. Una svolta in questo senso si è avuta con la firma nel gennaio del 2014 del Testo unico sulla rappresentanza (sottoscritto purtroppo anche da alcune organizzazioni di base), con il quale le burocrazie sindacali hanno rinunciato al diritto di sciopero in cambio della conservazione di alcuni privilegi materiali (1). In conseguenza di quella firma nefasta, di fatto sono stati drasticamente ridotti persino gli scioperi che, tradizionalmente, accompagnavano i rinnovi dei contratti nazionali. Se pensiamo alla combattività operaia che ha accompagnato, nei decenni scorsi (soprattutto negli anni Settanta), il rinnovo contrattuale dei metalmeccanici, sembra surreale il fatto che recentemente il principale sindacato dei metalmeccanici, la direzione nazionale Fiom, abbia sottoscritto accordi di categoria senza chiamare nemmeno ad un'ora di sciopero e che oggi, di fronte al rigetto da parte dei padroni (Federmeccanica e Assistal) della piattaforma di rinnovo contrattuale, abbia convocato solo 4 ore sciopero di categoria (5 novembre), senza tra l’altro mettere in discussione i precedenti contratti e soprattutto il “patto della fabbrica” - da loro stessi siglato - che detta le regole del rinnovo, tra cui la parte economica (2).
Negli ultimi anni, di fronte a un drammatico peggioramento delle condizioni salariali, di vita e di lavoro dalla classe lavoratrice, le burocrazie sindacali di Cgil, Cisl e Uil (Landini incluso) si sono dimostrate sempre più passive e accondiscendenti di fronte al nemico di classe. Anziché chiamare i lavoratori alla lotta li hanno convinti a piegare la testa. Emblematico è il caso di Alitalia dove le direzioni dei sindacati confederali, professionali (equipaggi), ma purtroppo anche di base (Usb ha condiviso e siglato la gran parte degli accordi di licenziamenti e tagli), si stanno preparando ad avallare l’ennesimo piano della miseria per i lavoratori, con ulteriore sperpero di soldi pubblici delle masse popolari. Sono tre i miliardi stanziati dal governo per mettere in atto la nazionalizzazione di Alitalia: una grande farsa che prelude l’ennesima privatizzazione della compagnia con migliaia di licenziamenti. Inoltre il governo concede alle burocrazie sindacali la partecipazione a un comitato di gestione eletto dal consiglio di amministrazione della NewCo: verrà creato un organismo paritetico composto da rappresentanti delle organizzazioni sindacali. Un evidente tentativo di favorire la pace sociale, funzionale ad evitare una seconda debacle dopo la sonante sconfitta del referendum del 2017.

La miopia del sindacalismo di base
Se le grandi burocrazie sindacali hanno abbandonato i lavoratori a sé stessi, da parte delle direzioni dei piccoli sindacati di base è mancata la capacità di proporre un'alternativa credibile, in grado di favorire rotture tra la base dei grandi sindacati e le direzioni traditrici. Se i sindacati di base hanno, in questi anni, animato dure e importanti lotte – dalla logistica ad Alitalia, dalla mobilitazione delle maestre diplomate a quelle nel settore delle telecomunicazioni – contrapponendosi alle grandi burocrazie sindacali che avevano abbandonato i lavoratori a sé stessi, non si può certo dire che da queste virtuose esperienze sia emerso, a livello nazionale, un fronte unitario e combattivo. Ciò è emerso chiaramente quando, di fronte all'attendismo dei sindacati confederali, si è tentato di costruire un'azione di sciopero generale. Le direzioni nazionali dei sindacati di base hanno dato il peggio di sé: sono rimaste rinchiuse in logiche settarie e autoreferenziali, facendo spesso tutto il possibile per evitare la costruzione di un ampio e combattivo fronte di lotta. Addirittura, in più di un caso, sono arrivate a proclamare “scioperi generali” in contrapposizione tra loro e a distanza ravvicinata: ne sono scaturiti degli scontati flop. L'incapacità di coinvolgere la base di tutti i sindacati (inclusa quella delle grandi burocrazie) e di mettere in atto un'azione unitaria e di massa (sia nella forma dello sciopero che delle manifestazioni di piazza) non ha fatto altro che rafforzare i capitalisti e i loro governi.

Che cosa serve?
Dobbiamo precisare che, in questi anni, tante sono state le esperienze in controtendenza. A livello locale e nazionale, spesso gli attivisti sindacali e gli stessi lavoratori hanno promosso esperienze di lotta unitaria. Tra queste esperienze vogliamo ricordare in particolare quella del Fronte di Lotta No Austerity che da anni si pone come obiettivo principale la costruzione di un ampio e democratico fronte unico, collegando tra di loro sia lotte sindacali che quelle dei movimenti contro le oppressioni, la devastazione ambientale, il diritto alla casa, ecc., nel tentativo di superare le divisioni e rafforzare la resistenza della classe lavoratrice di fronte agli attacchi padronali. Alla costruzione del Flna partecipano attivamente anche i nostri militanti. Organismi simili, di coordinamento tra lavoratori di sigle diverse, sono sorti sia a livello nazionale che locale. Ciò che serve oggi è proprio un'estensione di questo tipo di esperienze e, soprattutto, l'unificazione delle stesse.
Si tratta di costruire, anzitutto, un percorso di assemblee tra i lavoratori di diversi settori e di diversi sindacati (di tutti i sindacati, senza preclusioni) al fine di creare le condizioni per passare da scioperi di tipo vertenziale (aziendali o di categoria) a uno sciopero generale degno di questo nome. Solo con un paziente intervento volto ad organizzare e mobilitare, contemporaneamente, i lavoratori dei sindacati alternativi e la base delle grandi burocrazie sindacali si potrà arrivare a quell'azione di massa che potrà spostare su un terreno politico generale le azioni di sciopero e di lotta dei diversi settori. Lo sciopero generale è proprio questo: l'astensione dal lavoro contemporanea della maggioranza dei lavoratori di tutti i settori lavorativi. È un'azione ampia e incisiva, che rafforza la fiducia dei lavoratori e delle lavoratrici nella loro capacità di respingere, con la lotta, gli attacchi dei capitalisti e dei loro governi e, in prospettiva, lanciare un'offensiva.

Uno sguardo agli scioperi generali di altri Paesi
In tal senso ci sono moltissimi esempi, raccontati anche nelle pagine della nostra rivista teorica Trotskismo oggi, che ci riportano alla grande tradizione di lotta ed organizzazione operaia italiana, ma basterebbe anche solo guardare a ciò che avviene in altri Paesi. Nella vicina Francia si potrebbe citare lo sciopero generale del 5 febbraio del 2019 (3) che prese gambe e forza dopo numerose assemblee, tra cui l’“Assemblea delle assemblee” dei gilet gialli di fine gennaio, che sancì un grande passo in avanti nell’unione proprio dei gilet gialli con il movimento operaio organizzato. Lo sciopero fu denominato reconducible (ad oltranza) e veniva sottoposto al controllo degli scioperanti stessi, attraverso assemblee con votazione di revoca o continuazione; fu messa alla dura prova la tenuta del governo Macron attraverso una reale ed ampia lotta di classe, momentaneamente arretrata a causa della pandemia.
Altro esempio potrebbe essere preso dal Brasile, dove recentemente sono stati organizzate importanti giornate di mobilitazione generale che mai si erano viste nella storia del movimento operaio brasiliano. Memorabile è stata la mobilitazione del 2017 contro la riforma delle pensioni del governo Temer, in cui ebbe un ruolo fondamentale la Csp-Conlutas (alla cui costruzione partecipano anche i compagni del Pstu brasiliano), che riuscì a portare a sé gran parte della base dei lavoratori di altre organizzazioni, imponendo alle direzioni burocratiche l’abbandono dei tavoli di trattativa. Vennero organizzate diverse manifestazioni di massa e una serie di scioperi generali fino a arrivare ad “Occupa Brasilia”, imponente giornata di lotta che portò decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici, di ogni settore e organizzazione sindacale, in sciopero sotto il parlamento brasiliano. Al loro fianco scesero in piazza anche i movimenti contro le oppressioni, a difesa dei popoli indigeni ecc. Temer fu costretto a ritirare la riforma. Straordinario fu anche il primo maggio del 2019 a San Paolo (5) contro il governo Bolsonaro, in cui fu annunciato lo sciopero generale unitario del 16 giugno: in quella giornata scioperano più di 45 milioni di lavoratori.

Che fare ora?
Stante la situazione attuale di crisi sanitaria, economica ed ambientale, in cui la classe lavoratrice e il proletariato in generale sono duramente sotto attacco, è sempre più evidente la necessità di costruire un reale e più ampio possibile sciopero generale. Il governo, al sevizio della grande borghesia nazionale, ha elargito centinaia di miliardi di euro ai padroni e alle grandi multinazionali, lasciando solo poche briciole ai lavoratori dipendenti (mandati in cassa integrazione) e a piccoli esercenti e partite iva. In tanti sono stati costretti a scegliere tra morire di fame o mettere a rischio la vita della propria famiglia: i risultati ora si vedono. Il governo in questi mesi non ha investito nulla nella scuola e nei trasporti, mandando al massacro, oltre che i lavoratori, anche studenti e insegnanti con la riapertura delle lezioni in presenza; non ha investito nulla nella sanità smantellata da decenni di tagli e oggi di nuovo impreparata per affrontare questa seconda imponente ondata di contagi. Proprio in questi giorni in cui stiamo scrivendo questo articolo, esattamente come fu a marzo il governo sta facendo di tutto per non fermare le attività produttive e la compravendita delle merci: tutto questo in funzione dei profitti dei capitalisti. Grazie ai vergognosi “protocolli sicurezza” (6) siglati dalle principali direzione sindacali, rischiano ogni giorno la vita milioni di lavoratori, con focolai che continuano ad esplodere in fabbriche, uffici e scuole.
La cassa integrazione per i lavoratori e i sussidi per i precari, autonomi e disoccupati, si sono dimostrati una grande farsa, utile solo a esentare i padroni dal pagamento dei salari. Inoltre nel 2021 decadrà il blocco dei licenziamenti (già ora parziale) con il rischio che milioni di lavoratori vengano licenziati. Di fronte a tutto ciò non ci sono scusanti e chi continua ostinatamente a dividere le lotte, anteponendo la difesa della propria sigla alle reali necessità della classe lavoratrice, è responsabile tanto e quanto il governo e i padroni.
Noi di Alternativa comunista continueremo a sostenere lo sciopero come principale arma di lotta e lo sciopero generale di massa come strumento di lotta non solo sindacale ma anche politica, nella prospettiva di rovesciare questo sistema barbaro e disumano.

Note
(1) https://www.partitodialternativacomunista.org/articoli/sindacato/-la-lotta-contro-laccordo-della-vergogna-non-deve-fermarsi-
(2) Si veda l'articolo di Max Dancellin pubblicato su questo stesso sito
(3) https://www.partitodialternativacomunista.org/politica/internazionale/francia-sciopero-generale-contro-la-riforma-delle-pensioni
(4) https://www.partitodialternativacomunista.org/politica/internazionale/brasile-il-28-aprile-paralizziamo-il-paese (5) https://www.partitodialternativacomunista.org/politica/internazionale/una-esperienza-internazionalista-e-di-lotta-in-brasile
(6) https://www.partitodialternativacomunista.org/articoli/sindacato/il-virus-e-il-lavoro-nelle-fabbriche-che-non-chiudono

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